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AIESEC e la sfida imprenditoriale

di Giorgia Artioli

06/01/2012

Nella società moderna e contemporanea gli imprenditori rappresentano il capitale dell’economia (Brandstatter, 1997); nonostante la recessione globale, infatti, figura e funzione dell’imprenditore hanno guadagnato un ruolo chiave anche come strumento di uscita dalla crisi (The Economist, 2009).  Ciò giustifica la necessità di promuovere in modo più efficace lo spirito imprenditoriale. L’affermazione di tale realtà ha portato necessariamente ad una generale presa di coscienza riguardo l’importanza di sviluppare programmi formativi ad hoc che possano sviluppare le competenze utili alla creazione di impresa. In uno scenario dinamico e instabile come quello attuale, l’UE ha posto tra i suoi obiettivi strategici proprio quello di incoraggiare la creatività e l’innovazione (compresa l’imprenditorialità) a tutti i livelli d’ istruzione e formazione (Libro Verde, 2003). Tale investimento è basato sul presupposto che la creatività, oltre che contribuire alla realizzazione personale, costituisce una fonte primaria per l’innovazione, che a sua volta è riconosciuta come uno dei motori dello sviluppo economico sostenibile. Creatività e innovazione sono, inoltre, fondamentali per la creazione di imprese e la capacità dell’Europa di competere a livello internazionale (Battistelli e Odoardi 2008). Ma per parlare davvero di innovazione bisogna imparare ad assecondare il cambiamento e a guardare il nuovo (Petrini, 2010), in una società in cui il cambiamento è un dato strutturale imprescindibile (Alberici, 2008).

In tale panorama tutte le agenzie formative (scuola, università, servizi di formazione professionale) hanno davanti a sé un compito ampio e complesso. L’alternanza scuola-lavoro rappresenta oggi la prima grande sfida per il cambiamento dei sistemi formativi; i giovani, infatti, grazie a questo nuovo tipo di attività, si confrontano con il mondo dell’impresa e del lavoro – il mondo dei saperi applicati e assimilati nella prassi – e attraverso l’impresa, anche grazie al ruolo di anello di congiunzione esercitato dalle associazioni, si aprono al confronto col territorio, con la società, con i problemi dell’innovazione e della globalizzazione (Unioncamere, 2010).

Si realizza così un effettivo processo di avvicinamento e di reciproca conoscenza tra mondo della formazione e mondo delle imprese, e vengono finalmente a contatto due sfere che fino a non molto tempo fa, per abitudine culturale, si potevano tutt’al più leggere nella loro successione e separazione: prima la scuola e poi il lavoro. Oggi non è più così, i due elementi convivono in quella fase che comunemente viene definita di transizione  (Finocchietti, 1988). AIESEC si muove proprio all’interno di questo spazio offrendo la possibilità di accrescere la propria professionalità e le competenze necessarie per innovarsi e svilupparsi,  facendo assumere al singolo individuo il ruolo di protagonista del proprio processo formativo.

Presente in circa 110 dieci paesi e con più di 60 mila membri, AIESEC è la più grande organizzazione al mondo gestita interamente da studenti. Fu fondata nel 1948 come associazione che, dopo la guerra, potesse ristabilire rapporti amichevoli tra i paesi attraverso programmi di scambio. Ancora oggi il focus principale dell’organizzazione rimane quello di creare un programma Exchange (ovvero di stage all’estero) che possa aiutare i suoi membri a sviluppare le capacità e le competenze richieste oggi dal mondo del lavoro. Proponendo una serie di opportunità, l’associazione affida ad ogni individuo la sensibilità di sfruttarle permettendo a ciascuno di assumersi la responsabilità del proprio percorso di apprendimento, nella convinzione che la capacità di avere un ruolo attivo nella costruzione del proprio sapere favorisca lo sviluppo di un’attitudine proattiva. AIESEC offre, inoltre, la possibilità di sperimentare la leadership attraverso la gestione diretta degli uffici a livello locale, nazionale e internazionale. Le abilità connesse con tale  gestione sono innumerevoli e tutte strettamente legate alla competenza imprenditoriale: la vendita e il marketing, la pianificazione strategica, la gestione delle risorse umane, della contabilità e dei progetti.

A testimonianza  dell’importanza rivestita da questa serie di esperienze nell’ottica di sviluppo di competenze considerate predittive del comportamento imprenditoriale (tra le più importanti possiamo citare la proattività, il locus of control interno e l’employability) possono essere presi in considerazione i risultati ottenuti da una ricerca svolta sul campo su un campione di 101 membri dell’associazione. I risultati hanno, infatti, dimostrato che le variabili sovracitate non solo sono presenti nel campione in maniera significativa ma che tra loro esiste anche una correlazione positiva. Altrettanto interessanti sono i risultati frutto dell’indagine sulle opinioni  che questi studenti hanno riguardo alcuni aspetti legati all’imprenditorialità. Partendo dal presupposto che, rispetto alle prospettive professionali future, il campione ha dimostrato una netta preferenza nei confronti di un lavoro indipendente (sia in chiave di impresa privata, sia di lavoro autonomo) è possibile rintracciare un vero e proprio cambio di paradigma rispetto alle opinioni riguardo le risorse necessarie nella creazione d’impresa Se è, infatti, vero che all’interno di un sistema produttivo semplificato la famiglia ha svolto per secoli la funzione di essere sede di formazione, orientamento e impegno lavorativo, spesso tramandato di generazione in generazione, oggi non è più il luogo deputato all’orientamento della scelta professionale grazie alle maggiori concessioni date all’individuo nel rispetto delle proprie attitudini dei propri interessi e dei propri valori. Quanto detto è facilmente osservabile nel dato significativo che pone la famiglia (ed in particolare il fatto che i genitori siano imprenditori) all’ultimo posto in quelle che sono considerate le risorse fondamentali per “fare impresa”.

La seconda considerazione affronta anch’essa un cambio di prospettiva che ha caratterizzato gli ultimi decenni rispetto alle generazioni precedenti. In passato, infatti, la creazione d’impresa ha rappresentato la via prioritaria alla costruzione sia del benessere materiale che del prestigio sociale. Il mito infranto di una crescita che, fino agli anni Settanta si riteneva illimitata, rivela oggi la crisi della razionalità capitalistica (Piga, 2000). Questo è il motivo per cui oggi, nel bel mezzo di una crisi finanziaria mondiale, l’imprenditore, protagonista di una risposta in chiave di crescita, innovazione e sviluppo, è mosso da motivazioni che non rispondono più all’esigenza di una sicurezza lavorativa ma piuttosto al bisogno di soddisfare il proprio senso di realizzazione personale. Queste considerazioni sono condivise in maniera significativa dal campione analizzato che ha posto come motivazioni principali all’agire imprenditoriale proprio valori strettamente personali come la realizzazione personale e il bisogno di gratificazione, in linea con un’ottica di crescita (verso cui si orienta l’associazione) più vicina al social entrepreneurship piuttosto che alla semplice creazione di profitto.

L’ultima considerazione analizza nello specifico il rapporto tra formazione accademica e esperienza lavorativa. Il campione riveste la seconda del ruolo principale nella creazione d’impresa. Tale dato può essere spiegato dal presupposto che l’associazione di cui questi ragazzi sono membri li equipaggia di strumenti e competenze meno teoriche e più pratiche Ponendo il learning by doing come presupposto fondamentale alla crescita personale l’associazione permette loro di sperimentare una serie di situazioni in cui è necessario mettere in atto strategie concrete. Ciò vuol dire che l’impegno speso all’ interno dell’organizzazione si traduce, agli occhi dei membri, più come esperienza lavorativa che non come formazione accademica.

Associazioni come AIESEC, creando un ponte tra scuola e lavoro, tentano di dare avvio ad una crescita di cui gli individui stessi si prendano carico, consapevoli dell’impossibilità di rimanere statici in un mondo che è in continuo movimento.

 

Riferimenti bibliografici

  1. Alberici, A. (2002) Imparare sempre nella società della conoscenza, Milano: Mondadori.
  2. Alberici, A. (2008) La possibilità di cambiare. Apprendere ad apprendere come risorsa strategica per la vita, Milano: Franco Angeli.
  3. Audretsch, D.B., (2009) La società imprenditoriale, Venezia: Marsilio.
  4. Battistelli, A., Odoardi, C. (2008) Psicologia dell’imprenditorialità, in P. Argentero, C.G. Cortese, C. Piccardo (a cura di), Psicologia del lavoro, Milano: Raffaello Cortina.
  5. Casoni, G., “Società imprenditoriale e sviluppo economico”, intervento presentato al Forum Giovani Imprenditori Confcommercio, Venezia, 17-18 settembre, 2010.
  6. Commissione delle Comunità europee (2003) Libro verde: “Imprenditorialità in Europa”, Bruxelles: Enterprise Publications.
  7. Commissione delle Comunità europee (2009) Relazione finale: “Imprenditorialità nell’istruzione e nella formazione professionale”, Bruxelles: Enterprise Publications.
  8. Kreuger, N.F. (2003) “The Cognitive Psycology of Entrepreneurship” , Handbook of Entrepreneurship Research, 105-140.
  9. Petrini, G. (2010) L’Italia che innova, Roma: Koinè nuove edizioni.
  10. Piga, M.L. (2000) Imprenditori per profitto e imprenditori per solidarietà, Milano: Franco Angeli.
  11. Santonocito, R. “In tempi di crisi bisogna investire sull’employability”, Il Sole 24 ORE, 10 ottobre 2008.
  12. Unioncamere (2010), Servizi per l’orientamento, la formazione, il lavoro e la creazione d’impresa, Roma: Retecamere.
  13. World Economic Forum (2009), “Educating the Next Wave of Entrepreneurs” a report of the Global Education Initiative, Switzerland.
  14. Zaniello, G. (1988) Scuola e impresa: cultura, professionalità e orientamento, Rimini: Maggioli.

 

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